Da un seminario per il workshop “Fisici nel mondo del lavoro”
tenuto presso il Dipartimento di Fisica dell’Università di Pavia
martedì 11 marzo 2014

di Marco Cagnotti

“Non c’è atto di libertà individuale più splendido che sedermi a inventare il mondo davanti a una macchina da scrivere.”
(Gabriel García Márquez)

Marzo 1993: una laurea in fisica con una tesi sulla gravità quantistica. Marzo 2014: la direzione di un mensile di approfondimento politico, sociale, culturale, economico, scientifico. In mezzo, 21 anni di lavoro come giornalista freelance e redattore di quotidiani e periodici. Com’è possibile? Un fisico può trasformarsi in giornalista?

Per capirlo, bisogna compiere parecchi passi indietro. E risalire a molto prima della laurea. Quando un ragazzino di 15 anni scopre dentro di sé una duplice passione. Da un lato la matematica e la fisica, per soddisfare la componente logica e razionale: ecco allora il primo telescopio e la solenne decisione di diventare uno scienziato. Dall’altro lato la scrittura, per esprimere la creatività e appagare l’emotività: ecco dunque i primi, ingenui articoli e racconti per le fanzine. Poi l’università e la laurea a Pavia. E sempre la scrittura, in parallelo. Poi…
…beh, poi un po’ di confusione in quel giovane uomo, prima di capire, in una mattina pavese di primavera, quale “sacro fuoco” lo anima. Fino alla comprensione: esiste una via per conciliare le passioni. È la narrazione della scienza. Cominciano così le prime collaborazioni professionali con i giornali e le riviste (“la Stampa”, “le Scienze”, “Panorama”, “Donna Moderna”) e la radio (RSI). Seguono poi gli incarichi in redazione (“l’astronomia”, “Corriere del Ticino”). Finché nel 2011, con una piccola rivoluzione e una nuova sfida professionale, arriva la direzione di una rivista di approfondimento a spettro più ampio (“Confronti”). In quest’arco di vita, fino al presente, l’esperienza di una professione appagante, spesso entusiasmante. Nella quale unire la ragione e l’emozione. E dunque?

Dunque sì, è possibile: un fisico può trasformarsi in giornalista. Nell’ambiente della divulgazione scientifica ce ne sono parecchi. Bravi e apprezzati. Ma se ne trovano alcuni, insospettabili, pure nel giornalismo generalista, dalla cronaca fino all’approfondimento. E tutti possiedono una cassetta degli attrezzi ben fornita.
Molti sono gli strumenti indispensabili a un giornalista. Alcuni si acquisiscono. La capacità di scrivere in modo efficace, per esempio, facendosi leggere volentieri. E anche di scrivere in fretta, ché i tempi della comunicazione sono frenetici. Queste capacità emergono con il tempo, l’esercizio, l’esperienza. Altre attitudini, invece, devono essere innate. Quattro, in particolare.

  • La curiosità. Cioè la voglia di conoscere e di imparare. Un fisico se la trova installata di default: non sarebbe un fisico, altrimenti. Ma la curiosità non basta. Se non sai una cosa e quindi leggi e studi e sperimenti per conoscerla, alla fine del processo sarai senza dubbio più ricco, ma quel tuo nuovo sapere sarà sterile finché rimarrà confinato nel tuo cervello. Sicché la curiosità è una condizione necessaria ma non sufficiente, perché serve anche…
  • …il desiderio di raccontare. Una volta soddisfatta la curiosità, il tuo primo pensiero dev’essere: “Adesso a chi lo racconto?”. Insomma, la condivisione della conoscenza e del pensiero. Sempre. Hai letto un libro? Hai visto un film? Ti prende subito la voglia di farne una recensione entusiasta, se ti è piaciuto. Oppure una stroncatura, se il libro o il film faceva schifo. Ogni nuovo stimolo intellettuale diventa lo spunto per la narrazione. Cioè la condivisione con altri esseri umani. Ma come fare? Ebbene, se vuoi dedicarti al giornalismo scritto…
  • …devi provare amore per la scrittura. Se per te scrivere è un’attività penosa, fonte solo di fatica, lascia perdere: non sarà questo il tuo mestiere. Se invece ami scrivere… se la scrittura è la tua compagna nei momenti felici e il tuo rifugio nei periodi di dolore e di abbandono… e scriveresti in ogni momento, solo per il piacere nel trasformare i tuoi pensieri e la tua cultura in parole e frasi e paragrafi e pagine… allora sì, questa può essere la tua strada. Anche se sei un fisico. Soprattutto se sei un fisico. Ma come sai se ami la scrittura? Semplice: scrivi. Lo fai già da tempo. E lo fai in modo spontaneo. Non per forza articoli di divulgazione. Magari recensioni. O forse racconti o poesie. Oppure una corrispondenza o un diario intimo. Non importa: importa solo scrivere e non poterne fare a meno. Così t’inventi uno spazio tuo per farlo. Oggi è facile: la carta è moribonda, ma ci sono i blog, di fatto a costo zero. Però, quando scrivi a qualcuno, devi anche possedere…
  • …l’empatia. Ovvero la capacità di immedesimarti nel tuo destinatario. Infatti un solo pensiero deve guidare ogni atto comunicativo: il target. Chi è? Cosa sa? Cosa non sa? Cosa vuole? Cosa teme? Soprattutto, cosa vuoi ottenere su di lui? Vuoi informarlo? Vuoi convincerlo? Divertirlo? Spaventarlo? Scandalizzarlo? La comunicazione non è come la fisica, dove ogni problema ha un’unica soluzione giusta. Un atto comunicativo può solo essere più o meno efficace nella misura in cui produce sul destinatario l’effetto desiderato. Da lì discende tutto il resto. La scelta dello stile e del registro, per esempio: non si scrive per “le Scienze” come si scrive per “Donna Moderna”. Alla lettrice de “le Scienze” non devi spiegare cos’è un neutrone. Alla lettrice di “Donna moderna” sì, perché magari lo confonde con il neurone. Per adattarti al tuo target devi abbandonare le tue conoscenze e la tua sensibilità per acquisire le sue: ecco l’empatia.

Cosa porta con sé un fisico nel mondo della comunicazione? La propria competenza, è ovvio. Ossia le nozioni acquisite sui banchi dell’università. Preziose, ci mancherebbe: sono il background indispensabile per comprendere la letteratura scientifica, cioè le fonti per gli articoli divulgativi. Però le nozioni non sono l’essenziale. Tutta la tua vita professionale sarà un aggiornamento continuo, anche in ambiti lontani dalla fisica: non smetterai mai di studiare. Perciò più importante ancora delle nozioni è la comprensione della natura della scienza.
Per il tuo lettore quadratico medio, la scienza è solo un’immensa enciclopedia con centinaia di volumi, uno per ogni disciplina. La realtà è diversa e tu lo sai: la scienza è un metodo. Un metodo per interrogare la natura e ricavarne conoscenze. Un metodo basato sulla razionalità, sul costante confronto con l’evidenza sperimentale. Un metodo, soprattutto, fondato sull’onestà intellettuale: la capacità di sottoporre all’indagine critica più spietata ogni idea, ogni teoria, ogni risultato. Specie l’idea, la teoria e il risultato a cui tu stesso sei più affezionato. Viviamo in una società in cui dominano soprattutto gli argomenti “di pancia”. Quindi l’onestà intellettuale e la lucida razionalità sono le doti più preziose per un giornalista. Doti, guarda un po’, peculiari proprio dei fisici. Sarà un caso?

Diventare giornalista oggi non è facile. Si attraversano anni di sacrifici economici, di compensi modesti, di incertezza nella libera professione: questa è la sgradevole realtà. Eppure…
…eppure c’è un premio: la libertà.
La libertà di seguire la propria curiosità intellettuale ovunque essa conduca, senza limiti.
La libertà di esprimere la propria creatività attraverso la parola scritta, materia grezza e informe ma plasmabile grazie al talento, all’originalità, all’esperienza, nella quale distillare il proprio vissuto fatto di pensieri, idee, sogni, libri, film, persone, viaggi.
La libertà di espandere e cambiare il proprio orizzonte degli eventi. Oggi scrivi di genetica, domani di planetologia, dopodomani di fisica, fra tre giorni di epidemiologia. Poi di etologia, chimica, sociologia. E di astrofisica, archeologia, climatologia, biotecnologie. Certo, rimani sempre sulla superficie. Non diventi mai uno specialista di nulla. Ma vuoi mettere la varietà?

Il tuo primo articolo pubblicato da professionista è un’esperienza memorabile. Il primo per il quale ricevi un complimento da un lettore (e la mamma non vale, eh!) è fonte di soddisfazione indicibile. Ma in fondo lo è ogni articolo scritto con la ragione e con l’emozione, nella piena consapevolezza di ogni scelta stilistica, fino all’ultima parola, fino all’ultima virgola: lì, nero su bianco, vedi concretizzati il tuo talento, la tua sensibilità, la tua cultura. Non c’è prezzo per questo.
Qualsiasi giornalista ti dirà che sì… il lavoro è spesso sfiancante… e gli editori sono dei bastardi schiavisti attaccati solo ai quattrini… e i lettori sono superficiali e interessati solo al gossip e alle notizie morbose… eppure questo rimane il mestiere più bello del mondo. Non saremmo disposti a scambiarlo con nessun altro. Se anche evolviamo, lo facciamo restando sempre nell’ambito della scrittura. E se anche diventassimo ricchi… così ricchi da poter vivere di rendita… continueremmo a scrivere. Sempre.
“Nulla dies sine linea”: perché questo è il nostro daimon.

Letture consigliate:
S. Bencivelli, “Cosa intendi per domenica?”, LiberAria
D. Randall, “Il giornalista quasi perfetto”, Laterza

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