…e ci vuole fegato per dirlo

di Marco Cagnotti

Essere un fisico ha questo di bello: tanti ti considerano una specie di genio. Di bello si fa per dire: talvolta è una responsabilità seccante. Ché, siccome “tu sei uno scienziato”, allora tutti credono di potersi aspettare da te ogni spiegazione sull’intero scibile scientifico umano (“Com’è quella cosa che il calabrone per le leggi della fisica non può volare e invece vola lo stesso? Eh? Com’è? Com’è?”… e guai se non sai rispondere al volo: son subiti sguardi delusi). Del resto un fisico dev’essere davvero una persona di intelligenza straordinaria, altrimenti non si capisce come possa comprendere… e perfino apprezzare, diamine!… tutte quelle idee, quei concetti e soprattutto quelle formule astruse. Giusto? Tu ci rifletti su un po’, pensi a certi fisici di tua conoscenza… e ti guardi dentro e pensi in tutta onestà anche a te stesso con i tuoi limiti e le tue modeste capacità… e concludi che no, davvero no, un fisico non è per forza un mostro di genialità. Ci mancherebbe. Ma tant’è: quella è la percezione di quelli che “io di fisica non ho mai capito un cazzo” e quindi, siccome tu ci hai capito almeno un po’ più di un cazzo, allora per forza sei un genio.

Anche perché ormai la fisica si occupa di cose davvero lontane dall’esperienza quotidiana. Tipo le particelle elementari, per dire. Il bosone di coso… come si chiama?… X? Sì, ecco, il bosone di X (e davvero ho conosciuto qualcuno convinto che si scrivesse così). Che d’è? Boh! Non è quella roba scoperta lì a Ginevra, al coso… come si chiama?… coso… ecco, il CERN, appunto. Ma a cosa serve il bosone di X? Tutti quei miliardi spesi per una roba di cui nemmeno si può concepire un’applicazione. Così il bosone se l’immaginano scoperto da tipi strani, con vestiti strani e con vite strane come solo gli scienziati. E c’è poco da sorridere, perché questo è lo scienziato nell’immaginario collettivo: maschio, bianco, di mezz’età, con la zazzera Einstein-like (quanti disastri ha fatto certa iconografia… Zichichi, per esempio), il camice bianco e le penne nel taschino. Distratto. Pure un po’ pazzoide, di solito. Che sia femmina non è contemplato. Che abbia una famiglia nemmeno. Che abbia interessi e passioni al di fuori del bosone di X neppure. Che si faccia capire quando parla, di fisica o di altro, nemmanco (e torniamo sempre a Zichichi).

Sicché un libro come questo ci sta tutto. Non solo per spiegare la fisica delle particelle in modo comprensibile al volgo. Ché di libri siffatti ce n’è più d’uno. Ma soprattutto per far comprendere come la fisica e i fisici non siano un sapere e una congrega al di fuori della normalità. Certo, per capire davvero, in profondità la fisica serve una matematica piuttosto esoterica. Però i concetti di fondo sono alla portata di chiunque possieda un briciolo di fantasia (oddìo, come può essere alla portata anche di un fisico la comprensione della meccanica quantistica, sulla quale perfino il Supremo Feynman nutriva seri dubbi). Inoltre i fisici hanno famiglie e amici e una vita normale fatta di appuntamenti davanti all’asilo, giochi coi figli, jogging nei parchi, pranzi da preparare e anche discussioni coi buffi seguaci delle credenze antiscientifiche. Un fisico potrebbe vivere oltre la porta accanto alla tua, lì sul pianerottolo. E magari te la saprebbe anche raccontare in modo chiaro e coinvolgente proprio usando esperienze e osservazioni della vita quotidiana. Se poi è bravo, apre un blog, si cimenta nella divulgazione col cane, si appassiona, si fa prendere la mano, alla fine ci scrive un libro in cui spiega la fisica delle particelle alla figlia: la Pulce dagli infiniti “Perché?” (che, se la sua mamma umanista non equilibrerà un po’ la fissa del papà, finirà per laurearsi in Lettere classiche, se non altro per legittima reazione all’overdose di particelle… ma forse anche no, se è vero che il nonno di Emanuele Severino regalò la Critica della ragion pura al nipotino di sei anni). Risultato: un bel libro scorrevole, leggibile in scioltezza. In un pomeriggio va via liscio liscio e alla fine ti lascia la sensazione di aver almeno intuito qualcosa di sensato sulla fisica delle particelle. Tuttavia di libri con la stessa ambizione ce ne sono altri sul mercato e molti sono altrettanto completi e chiari. Questo di Delmastro insiste un po’ di più sui concetti e gli esperimenti nella vita quotidiana e sulla normalità dei fisici, e va bene. Tuttavia la sua originalità sta soprattutto nelle ultime 8 pagine. Dove spiega quella cosa che tutti sappiamo ma che pochi hanno il coraggio di dire apertamente. E Marco quel coraggio ce l’ha.

Arrivato alla fine, scopri che in fin dei conti il coso lì… quello del CERN… l’acceleratore, ecco… t’è costato come un caffè all’anno. Che ti credevi? Una finanziaria? Pensavi di poterci risolvere il problema del debito pubblico italiano o della denutrizione nei Paesi poveri? Macché: un caffè all’anno. A quel punto ridimensioni tutto e realizzi: la soluzione al problema della fame nel mondo con quei soldi non ci scapperebbe comunque. D’altronde in ogni caso tre bombardieri invisibili sono molto peggio. Ma ti rimane il dubbio: a cosa serve? “A niente”, ti dice Marco. E lì, quando l’ho letto, spiattellato proprio così, ho fatto uno zompo sulla poltrona. A niente? L’ha detto? L’ha proprio detto così? Sì, tante grazie, lo so anch’io: non serve a niente. Poi certo, vabbe’, il Web e le radiografie… come no, roba importantissima, ci mancherebbe. Eppure, se ci guardiamo negli occhi, lo dobbiamo ammettere, tutti noi fisici: non serve a niente. Però mica lo si può dire così, diamine! Già c’è il disprezzo per le élite intellettuali, se poi quelli scoprono pure l’inutilità della ricerca fondamentale finisce che s’incazzano e rifiutano di spendere anche quel modesto caffè all’anno. Quindi non sia mai: meglio non dire la verità. Oppure sì?

Sì. E Marco la dice: non serve a niente. Niente di concreto. Niente di pratico. Niente di utile per mangiare meglio o vivere più a lungo o inquinare meno. Se poi capita (e capita!) qualche ricaduta utile, tanto di guadagnato, ma non è per quello che si fa. Lo si fa per… beh, perdìo, lo si fa perché sì. Perché “fatti non foste…”. Per tentare delle risposte alle domande. Anzi, alle Domande. E basta. Allora ci vuole qualcuno col fegato per dirlo. Non foss’altro che per questo, il libro merita tutti quei 16 euro per la carta o quei 9,99 (il solito prezzo demenziale) per l’ebook.

Eppure un difetto questo libro ce l’ha: mancano le immagini. Ci sono solo parole parole parole. Sia chiaro: sono io il primo ad apprezzare lo straordinario potere esplicativo ed evocativo delle parole. Tuttavia per certi concetti o anche solo per alcuni oggetti complessi le immagini sono insostituibili. Non mi riferisco alle foto dell’LHC o di Atlas: per quelle basta googlare e in pochi secondi se ne trovano carrettate. Penso invece alle figure funzionali ai contenuti del libro. Marco ci prova ed è anche bravo, ma in alcuni passaggi gli sarebbe bastata una sola immagine per chiarire di più e meglio. Prendi il caso dell’esperimento di Young, da pagina 55 in poi. Se sai già com’è, non è difficile visualizzarlo nella versione con lo stagno, le palizzate, i fronti d’onda nell’acqua. Ma, se non ne sai nulla, la visualizzazione sulla base della semplice descrizione non è immediata. Oppure considera i Lego usati per spiegare lo zoo delle particelle elementari: geniale! Però… beh, però dopo poco ci si perde e diventa necessario o continuare a saltare all’indietro per ricordare a quale mattoncino corrisponde il fotone o il protone o il gluone oppure pigliare carta e penna o magari perfino i Lego per provare. Mentre uno schemino semplice semplice avrebbe chiarito tutto in maniera visuale, fungendo anche da promemoria. Marco dice di aver scelto di non inserire illustrazioni e figure. Non la capisco, ma la scelta è legittima. Però se ora le sta proponendo nel proprio blog (ottima idea, eh!) forse qualche ripensamento lo ha avuto.

Marco Delmastro, Particelle familiari, Laterza

Piace: la chiarezza e la scorrevolezza della prosa, l’umanizzazione della fisica e dei fisici, il coraggio nell’ammettere l’inutilità pratica della ricerca fondamentale.

Non piace: l’assenza di immagini e di figure esplicative.

Voto: 8/10

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One Response a “A cosa serve? A niente…”

  1. Giorgio scrive:

    Fisica, mate, meteorologia, tutta roba di scarto: a chi vuoi che gliene impippi qualcosa.
    Ieri leggendo LaRegione ho “imparato” che Turing (per fortuna senza la o) è stato quell’omosessuale che ha inventato la macchina Enigma.
    Altro che bosone di X!

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