Un quadro realistico della libera professione nel giornalismo scientifico

di Marco Cagnotti

Questo libro non lo dovevo leggere. Non subito, almeno. Non oggi. Oggi avevo altri programmi. Altre robe da fare e da leggere e per la verità anche da scrivere. Però lo aspettavo da un po’, perché la Sbenci mi aveva detto che l’editore aveva previsto anche l’ebook, precisando tuttavia che era in ritardo. Sicché io aspettavo e aspettavo e ogni tanto, nel mio controllo periodico (ma non troppo frequente) delle cose nuove uscite in digitale, cercavo pure lui. E ieri l’ho beccato. E m’ha fregato.

Non lo dovevo leggere ma l’ho letto. Infatti, dopo averlo scaricato ieri sera, oggi pomeriggio mi son detto: “Dai, solo un capitolo, che sarà mai? Lo mollo subito e lo ripiglio con calma fra un po’”. ‘fanculo alla Sbenci e ai miei programmi: in un’ora e mezza è andato. Tutto. Ok, son poi solo 87 pagine. Non è un Ken Follett. Però scivola via che è un godimento. Soprattutto, è la Sbenci: se la conosci, se ci hai parlato, se almeno l’hai sentita alla radio o vista in un video, t’accorgi che è lei, con la sua voce, il suo stile. Sembra di sentirla parlare (è un complimento, eh!). Ma è la Sbenci anche per altro. Narcisista, autoreferenziale, compiaciuta di sé stessa, dei suoi meriti, del suo lavoro. È figa, lo sa, ci gode e quando fa la modesta si capisce che gode anche della propria modestia. Ma noi le vogliamo bene anche per questo. Non sarebbe Silvia Bencivelli se non fosse così.

Il libro è una riflessione a ruota libera (ché di ordine non ce n’è moltissimo) su… beh, di fatto su un sacco di roba. Sul lavoro del giornalista scientifico freelance, per cominciare. E, siccome son tre parole, la riflessione si amplia verso il giornalismo, verso la scienza e verso la libera professione. E sempre non ce n’è per nessuno: la Sbenci non dimostra un briciolo di pietà per i cialtroni, che siano giornalisti, scienziati o committenti del suo lavoro. Specie questi ultimi: genìa di stronzi quant’altri mai, pescecani dell’editoria, dell’informazione, della cultura. Non che Silvia voglia il posto fisso col culo al caldo fino alla pensione. E nemmeno compensi stratosferici. Vuole solo qualcosa di più semplice: un po’ di rispetto e di correttezza, da concretizzare (anche) sotto forma di condizioni di lavoro decenti (e coerenti con la libera professione, quella vera, non quella da dipendente camuffata da partita IVA) e di guadagni dignitosi.

Per Silvia il lavoro è fonte di immense soddisfazioni e di formidabili scazzi, come del resto sa bene chiunque lo condivida con lei (cazzo, quante volte mi sono riconosciuto negli episodi che descrive!). E parlare delle une e degli altri le offre il destro per partire per le frasche e divagare verso i massimi sistemi: il lavoro, la società, la storia, il destino… il grande boh. Perché la Sbenci ha uno sguardo bizzarro sulla realtà: siccome soffre di miopia esistenziale, vede benissimo il futuro a breve termine, non vede un cazzo di quello a medio-lungo termine e si fa un sacco di seghe mentali su quello a lunghissimo termine. Contemplando esiti molto diversi: dal decesso alla gravidanza, fino all’emigrazione all’estero. Tuttavia proprio su questo possibile sviluppo devo smontare una sua illusione. Non so come sia Radio Adelaide, ma se Silvia Bencivelli pensa di trovare prospettive professionali migliori nella Svizzera Italiana sta fresca: anche qui non c’è più trippa per gatti.

Silvia Bencivelli, Cosa intendi per domenica?, LiberAria

Piace: lo stile vivido e colloquiale, il quadro realistico della libera professione nell’informazione.

Non piace: un po’ di narcisismo.

Voto: 8/10

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